Biosfere: habitat ricostruiti tra successi, esagerazioni e fallimenti

La natura ci piace… purché sia addomesticata. Meglio ancora se ricreata artificialmente in eco-sistemi indoor, protetta sotto una campana di vetro, persino replicando paesaggi in antitesi col luogo dove sorge.

È la natura in capsula: ambienti chiusi che ospitano porzioni di biosfera in cui emulare le caratteristiche climatiche, geografiche, di latitudine e longitudine grazie a complessi sistemi di condizionamento e controllo termico.

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Così possiamo ammirare una macchia mediterranea sotto vetro in una metropoli asiatica. Un duomo con paesaggio alpino innevato nel mezzo del deserto. Due sfere in plastica e metallo in un’ex miniera di argilla in Cornovaglia dove i panorami vegetativi di clima temperato quasi toccano quelli equatoriali.

Una cupola geodetica per racchiudere, nel Missouri, una foresta pluviale con 1200 diverse varietà vegetali. Un hangar riconvertito in un’isola tropicale con 30 gradi stabili, uccelli indigeni e vegetazione lussureggiante, a pochi chilometri da Berlino. Artificiali, sintetici, ibridi, questi ecosistemi sono degli scimmiottamenti di una natura al netto dei suoi imprevedibili capricci e senza il rischio di estinzione?

Nell’era dell’Antropocene costituiscono la tecno-risposta sicura e governabile ai 3,8 miliardi di anni di ricerca della macchina Terra. Nascono per finalità di svago, studio, salvaguardia ambientale, creano occupazione e sfamano. Se concepire la più lunga pista di sci artificiale a una latitudine decisamente incompatibile con le precipitazioni nevose, come lo Ski Center Dubai, rappresenta una dissennatezza energetica permessa a ricconi di petrodollari, il Tropical Island Resort a Krausnick democratizza un’esotica spiaggia per i pallidi gitanti tedeschi.

Cinquantamila piante equatoriali disseminate tra lagoon e cascate prosperano a un’umidità tra 40-60% in una ex-base aerea dell’ex-DDR dove fino al 1992 si producevano dirigibili. Turismo ma anche educazione ambientale nelle due biosfere dell’Eden Project in Cornovaglia con 100 mila piante provenienti da tutto il mondo aperto nel 2001.

Anche la minaccia da riscaldamento globale, eventi atmosferici estremi e scarsità delle risorse hanno il loro peso nella realizzazione di questi laboratori ambientali. Oltre che finalità didattiche, l’avveniristico Garden at the Bay a Singapore sta a testimoniare anche la potenza della città-stato a manovrare le leve del cruscotto climatico.

Negli oltre 100 ettari letteralmente strappati al mare sorgono due mega-serre a forma di scarabeo capaci di ospitare una collina di 35 metri di altezza. Un guscio è dedicato alla flora dei climi temperati: mediterraneo e californiano, l’altro alla fitta vegetazione della foresta umida sempreverde montana.

Questa appartiene alla tipologia delle foreste nebulose così denominata dal fatto che le chiome degli alti alberi possono intercettare l’umidità delle nubi che così gocciolano fino al suolo. Sono tra i vari tipi di foreste tropicali sono quelle a più alto rischio di estinzione e rappresentano solo l’1% delle superficie boschive globali.

Pagando un biglietto di 17 euro i quasi 6 milioni e mezzo di milioni di visitatori annui hanno una visione dell’orticultura planetaria: dagli ulivi alle felci australiane Kangaroo paw, e passeggiano in un sorprendente bosco di giganteschi alberi metallici i cui 12 metri di fusto sono ricoperti da oltre 200 diverse specie di piante. La realizzazione del complesso è costata un miliardo di dollari e annualmente il suo mantenimento assorbe 53 milioni di dollari di costi operativi per metà sovvenzionati da fondi governativi.

Non tutte le ricostruzioni dell’habitat naturale hanno successo. Seagaia Ocean Dome, la sfarzosa finta spiaggia giapponese progetto da circa 2 miliardi di dollari, a Miyazaki un paio di chilometri della riva del mare, è fallita 14 anni dopo la sua apertura.

A differenza dei contesti reali e naturali, questi spazi non sono autosufficienti e il loro sviluppo richiede un’infrastruttura tecnica complessa: aria condizionata, trattamento dell’acqua, smaltimento dei rifiuti, riscaldamento e raffreddamento, sistemi di filtraggio e controllo della pressione dell’aria, oltre a tutta una serie di sensori e dispositivi digitali. Alla fine dei conti l’impronta ambientale di questi mondi naturali sintetici, confortevoli e sicuri è onerosa per il consumo di risorse del pianeta.

Altro discorso invece l’agricoltura indoor (non pensate alle serre, però) che cerca di risolvere l’equazione: produrre più cibo in meno spazio; puntando inoltre sull’obbiettivo di avvicinare le coltivazioni a dove sta la gente ovvero le metropoli dove si concentra dell’umanità. In aiuto arrivano le coltivazioni di precisione fuori suolo che avvengono in maniera controllata ed ecocompatibile dentro ambienti chiusi al riparo da rischi “naturali”.

Ex rifugi antiaerei a Londra, container rottamati a Boston, impianti dismessi alle porte di New York o semplici appartamenti vengono riconvertiti in urban farm dove, con la tecnica idroponica o aeroponica che ottimizzano le condizioni di assorbimento degli elementi nutritivi incrementano lo sviluppo, la salute e la fruttificazione della pianta, si coltivano verdure a km zero ma soprattutto si riduce fino al 90% il consumo di acqua e di energia.

 

di Patrizia Feletig

A differenza dei contesti reali e naturali, sono spazi non autosufficienti e hanno bisogno un’infrastruttura tecnica complessa: aria condizionata, trattamento dell’acqua, smaltimento dei rifiuti, riscaldamento e raffreddamento

 

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