Più di due terzi dei paesi del mondo hanno abolito la pena di morte per legge

“La pena di morte non ha posto nel ventunesimo secolo”, è ciò che aveva dichiarato il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in un discorso tenuto nel 2016 durante la giornata mondiale contro le esecuzioni capitali.

I dati confermano che sempre più paesi nel mondo riconoscono come la pena di morte mini la dignità umana e come la sua abolizione, o almeno una moratoria sul suo uso, contribuisca al rafforzamento e al progressivo sviluppo dei diritti umani.

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La tendenza alla pena capitale è infine invertita, con un significativo calo delle condanne a morte e delle esecuzioni in tutto il mondo. Il declino più significativo è stato registrato in Africa, con la Guinea che è diventata il ventestimo stato nella regione sub-sahariana ad abolire la pena di morte per tutti i reati.

Secondo l’ultimo rapporto pubblicato da Amnesty International lo scorso 12 aprile ben 106 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato, 7 paesi l’hanno abolita salvo che per reati eccezionali. 29 paesi sono abolizionisti de facto poiché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni.

In totale 142 paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella pratica e sono 56 i paesi che invece mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero di quelli dove le condanne a morte sono eseguite è molto più basso.

Purtroppo però, 4 paesi sono responsabili dell’84 per cento di tutte le condanne a morte registrate fino a dicembre 2017:

Il solo Iran è responsabile di più della metà, 51 per cento, di tutte le esecuzioni registrate. Questo paese, insieme ad Arabia saudita, Iraq e Pakistan, ha eseguito l’84 per cento di tutte le sentenze capitali registrate a livello mondiale.

Le esecuzioni in Iraq sono drammaticamente aumentate del 42 per cento, da 88 nel 2016 a più di 125 nel 2017. Gli altri tre paesi, invece, hanno evidenziato una leggera riduzione, rispetto al 2016, nei dati relativi alle esecuzioni, dell’11 per cento in Iran, del 5 per cento in Arabia Saudita e, più significativamente, del 31 per cento in Pakistan.

Ma anche la relazione del Death Penalty Information Center, l’organizzazione statunitense che lavora sulla raccolta e diffusione di dati sulla pena di morte, conferma la tendenza positiva globale. E, in particolare, le esecuzioni e le condanne a morte negli Stati Uniti sono rimaste vicino ai livelli storicamente bassi nel 2017.

Secondo la DPIC uno dei fattori determinanti è stato il calo del sostegno pubblico alla pena di morte che è sceso al livello più basso in 45 anni.

“In tutto lo spettro politico, sempre più persone stanno arrivando alla conclusione che ci sono modi migliori per tenerci al sicuro rispetto all’esecuzione di una manciata di criminali selezionati da una lotteria casuale. Ci saranno momenti in cui i numeri fluttuano – in particolare dopo alti storici o minimi – ma il costante declino a lungo termine della pena di morte dagli anni ’90 suggerisce che nella maggior parte del paese la pena di morte sta diventando obsoleta “, ha commentato Robert Dunham, direttore esecutivo di DPIC.

E, anche negli Stati Uniti, restano pochi paesi ad eseguire la maggioranza delle condanne a morte, evidenziando il crescente isolamento geografico e la natura arbitraria della pena di morte.

“Da soli, tre contee – Riverside, CA; Clark, NV; e Maricopa, AZ – erano responsabili di oltre il 30 per cento di tutte le condanne a morte imposte a livello nazionale. Le altre 3,141 mila contee hanno imposto un numero inferiore di nuove sentenze capitali rispetto al minimo storico dello scorso anno”.

Secondo il Rapporto di Amnesty, nel 2017 sono state registrate almeno 993 esecuzioni in 23 paesi (1,032 mila nel 2016, in calo del 4 per cento), il 39 per cento in meno rispetto al 2015 (1,634 mila il numero più alto di sempre).

Almeno 2.591 mila condanne a morte sono state emesse in 53 paesi, una diminuzione significativa rispetto al massimo record di 3.177 mila nel 2016.

Oltre alla Guinea, anche la Mongolia si è unita al gruppo dei paesi abolizionisti nel 2017 totalizzando quindi 106 paesi abolizionisti, oltre il 50 per cento dei paesi del mondo.

Dopo che anche il Guatemala è diventato abolizionista per crimini ordinari, il numero di Stati che hanno abolito la pena di morte per legge o in pratica è salito a 142. Solo 23 stati – come nel 2016 – hanno continuato a eseguire condanne a morte, alcune delle quali dopo un periodo di sospensione.

Tuttavia, nonostante passi importanti, per Amnesty International non è ancora il momento di abbassare la guardia.

Sfortunatamente infatti queste cifre non includono il numero di condanne a morte e di esecuzioni in Cina, Malesia e Vietnam a causa delle restrizioni sull’accesso alle informazioni in quei paesi, anche se secondo le informazioni disponibili, si è a conoscenza che questa pratica viene eseguita contro migliaia di persone ogni anno.

Il Rapporto registra però una diminuzione notevole nel numero complessivo di esecuzioni effettuate per reati legati alla droga in paesi che sono strenui sostenitori del ricorso alla pena di morte per tali reati.

Singapore ha effettuato 8 esecuzioni per reati connessi alla droga, il doppio rispetto al 2016.

La stessa tendenza è stata registrata in Arabia Saudita, dove le esecuzioni pubbliche per reati connessi alla droga sono aumentate dal 16 per cento di tutte le esecuzioni effettuate nel 2016 al 40 per cento nel 2017.

Inoltre, molti governi hanno violato diversi altri divieti internazionali relativi alla pena capitale nel 2017. Secondo Amnesty International almeno cinque persone in Iran sono state messe a morte per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni e alla fine del 2017 almeno altre 80 persone erano nel braccio della morte.

Le persone con disabilità mentali o intellettuali sono state giustiziate o sono state condannate a morte in diversi paesi tra cui il Giappone, le Maldive, Pakistan, Singapore e Stati Uniti.

In diversi paesi, tra cui Bahrain, Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita, alcune condanne e condanne a morte sono state basate su “confessioni” che potrebbero essere state estratte dalla tortura o da altri maltrattamenti.

E, addirittura, in Iran e in Iraq alcune di queste “confessioni” sono state trasmesse in televisione.

“Negli ultimi 40 anni abbiamo visto cambiamenti positivi nell’uso globale della pena di morte”, ha concluso Shetty, “Ma sono necessarie altre misure urgenti per fermare l’orribile pratica dell’omicidio di stato”.

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