Bruce Grobbelaar, il cyborg venuto dal Sudafrica per sfidare la Roma


Nel 1984 eravamo nel pieno degli anni Ottanta: al cinema c’erano i Ghostbusters e aveva inizio la saga di Terminator, nel walkman si ascoltava Born in the USA di “The Boss” Springsteen e si ballava Thriller di Micheal Jackson. E all’Olimpico ballava un portiere venuto dal Sudafrica, di nome Bruce Grobbelaar, col baffo tipicamente anni ’80 ed una storia molto particolare.

Il cricket e la Rhodesia
Bruce era destinato al cricket o, in alternativa, al baseball. Per questo gli fu offerto di volare nella patria di The Boss, negli Stati Uniti, per cercare di svoltare nel baseball e lasciare un paese che lo discriminava per la sua pelle chiara. Ma a Bruce, che allora non ballava, piaceva il calcio e così si convinse a firmare per una squadra del posto, i Jomo Cosmos. Però l’esperienza finì presto perché Bruce, sentendosi poco apprezzato (diciamo così) per quella sua pelle troppo bianca, rescisse il contratto e intraprese un’altra avventura, che non c’entrava col calcio, né col cricket né col ballo: Bruce si arruolò nella Guardia Nazionale Rhodesiana. Lì non avevano tempo per i fantasmi e per i cyborg del cinema. Ai tempi in Rhodesia (l’attuale Zimbabwe) era in atto una guerra civile tra i bianchi, in minoranza ma al potere, e i neri, in maggioranza ma in povertà. Nel 1979 il conflitto ebbe fine e Bruce partì davvero per l’America ma niente USA e niente baseball: si diresse in Canada e firmò per i Vancouver Whitecaps. Le cose però non sembravano volgere al meglio per Bruce perché in Canada faceva la riserva ad un altro portiere inglese e così, per distrarsi un po’, si concesse una vacanza in Gran Bretagna da alcuni amici. E qui la carriera di Bruce, venuto dal Sudafrica passando per la Rhodesia, ebbe una svolta.

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L’approdo al Liverpool
Mentre si trovava in Gran Bretagna, Bruce ricevette una telefonata da Ron Atkinson, ai tempi allenatore del West Bromwich Albion, militante nella seconda serie inglese. Il provino andò bene e per Bruce sembravano finalmente aprirsi le porte del vero calcio. Ma dei problemi relativi al permesso di lavoro necessario per giocare nel Regno Unito costrinsero Bruce a tornare a giocare in Canada. Ma lì, il ragazzo nato a Durban, non voleva starci e pur di andarsene convinse la sua squadra a cederlo in prestito al Crewe Alexandra, club di quarta serie inglese che in quegli anni galleggiava tra l’ultima e la penultima posizione. Ci stette un solo anno a Crewe e divenne subito un idolo: riuscì a non subire gol per 8 giornate su 24 e segnò anche un gol, su calcio di rigore. Ma non fu questo il calcio di rigore che regalò Bruce alla storia. Per arrivare a quello bisogna passare per Liverpool e il caso vuole che in quell’anno un talent scout del Liverpool si trovi a passare per uno di quei campi di quarta serie inglese. Il talent scout in questione è Tom Saunders, una vita spesa per il Liverpool e che da quelle parti ha già portato gente come Jimmy Case, David Fairclogh e Steve Heighway, gente che in bacheca ha già messo 2 Coppe dei Campioni. Dalle parti di Merseyside non indugiano: se Tom dice che è da prendere, si prende. Così Bruce -venuto dalla guerra civile in Rhodesia- approda a Liverpool.

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Il ballo di Bruce
Come a Vancouver però Bruce si ritrova in panchina, perché a difendere i pali della porta del Liverpool c’è un certo Ray Clemence. Ray non accetta di buon grado la concorrenza di questo ragazzo di passaporto zimbawese, con esperienze in Canada e in quarta serie inglese. Così, dopo 14 anni e 18 trofei sollevati al cielo, Ray alza i tacchi e se ne va al Tottenham. Ora Bruce ha davvero la sua grande occasione e la coglie al volo come un battitore nel suo box. Nella prima stagione al Liverpool vince due trofei e l’anno successivo addirittura tre. E giungiamo al 1984, con Ghostbusters al cinema e Springsteen nelle cuffie, con il Liverpool già vincitore di coppa e campionato inglese, con Bruce tra i pali dell’Olimpico: è il 30 maggio 1984, è la finale di Coppa dei Campioni. L’aria è elettrizzante perché in campo c’è come avversaria una squadra alla sua prima partecipazione che si gioca la finale e se la gioca in casa. Atmosfera da gambe molli e cuore accelerato ma non per il “terminator” Bruce: lui ha fatto la guerra, ha imbracciato fucili e sparato a qualcuno e le gambe molli non gli fanno paura. Anzi, Bruce con le gambe molli ci balla, ci balla la “danza dello spaghetto”. Gli altri le gambe molli non le reggono, la danza dello spaghetto non la conoscono e in Rhodesia, tra il 1977 e il 1979, non c’erano. Graziani spara alto un rigore, è finita: Roma è in preda ai fantasmi, Liverpool festeggia con il suo cyborg venuto dal Sudafrica.

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