Sul caso Alain de Benoist

  

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Egregio Dott. Feltrinelli,

a nome dell’associazione Libropolis, organizzatrice dell’omonimo festival dell’editoria e del giornalismo indipendente, ci permettiamo di portare alla Sua attenzione il nostro punto di vista sulla querelle che ha portato all’annullamento dell’incontro con Alain De Benoist.

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Anzitutto, crediamo sia necessario sinteticamente replicare alla lettera – in realtà si tratta di un vero e proprio diktat – con la quale un gruppo di sedicenti studiosi ha preteso e ottenuto dalla Fondazione Feltrinelli l’annullamento (presentato ipocritamente come sospensione) della partecipazione di Alain de Benoist a una conferenza sulle nozioni di destra e sinistra (“What is left, Wath is right”) organizzata dalla stessa Fondazione. Basta, infatti, semplicemente leggere (non studiare, si badi, ma solo leggere) la copiosa produzione del pensatore francese per capire che associarla oggi all’estrema destra, al fascismo o al razzismo è un non senso: attribuire ad Alain de Benoist il ruolo di teorico del “nativismo”, cioè di una visione, come dicono gli autori dell’appello, omogenea ed escludente della comunità nazionale, significa semplicemente non conoscere l’opera del pensatore francese, aspro critico dell’ideologia nazionalista.

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Non è un caso, invero, che quanti si sono accostati con serietà intellettuale all’opera di Alain de Benoist, come un Pierre-André Taguieff in Francia o un Giovanni Tassani in Italia, sono giunti alla conclusione che la sua opera è caratterizzata da un graduale processo di dédroitisation, cioè di critica e allontanamento dalla destra, unito alla ricerca di nuove sintesi di pensiero che lo hanno portato a dialogare con intellettuali di ogni matrice e provenienza (Michel Onfray, Danilo Zolo – membro, con il compianto Costanzo Preve, del comitato editoriale di Krisis, la rivista teorica di Alain de Benoist – Massimo Cacciari, Michel Maffesoli, per ricordarne soltanto alcuni). Lo stesso Taguieff, pur essendo partito da una posizione che presentava il differenzialismo debenoistiano come una forma mascherata di razzismo (ne La forza del pregiudizio), ha poi correttamente riconosciuto, in Sulla Nuova destra, che la valorizzazione dell’universale operata dal pensatore francese lo poneva al riparo da derive razziste.

Non ci stupisce, in definitiva, che uno studioso serio come Jean Yves Camus, politologo francese progressista, specializzato nello studio dell’estrema destra e direttore dell’Osservatorio delle radicalità politiche alla Fondazione Jean-Jaurès di Parigi, si sia rifiutato di firmare l’appello che ha portato all’annullamento dell’incontro con De Benoist. E ancora, Massimo Cacciari, intellettuale certamente non ascrivibile alla destra, dice al Foglio che la decisione è scandalosa, allucinante, precisando che

con de Benoist si può essere d’accordo o no, ma è un intellettuale di vastissima cultura, che da anni studia i fenomeni della globalizzazione da un punto di vista molto critico, con grande competenza e conoscenza.

Massimo_Cacciari_(06_02_2012)

È di tutta evidenza, dunque, la palese pretestuosità dell’appello, e l’assoluta ignoranza dei suoi firmatari in merito al pensiero del filosofo francese. Non di meno, ciò che stupisce, non è tanto la lettera aperta inviata da tali, nessuno se ne abbia a male, pseudo studiose e studiosi delle destre e estreme – destre, quanto il fatto che una istituzione culturale prestigiosa come quella da Lei presieduta, che fa del pluralismo e della democrazia la cifra caratterizzante la propria azione, si sia piegata a tale diktat.

Francamente, fatichiamo a capire come la Fondazione Feltrinelli e gli estensori dell’appello possano ergersi a paladini del pluralismo e della democrazia mentre nei fatti negano l’uno e l’altra. In epoca di dilaganti fake news, crediamo sia giusto chiamare quanto accaduto con il suo vero nome: censura, censura pura e semplice. Il che non fa davvero onore alla Fondazione Feltrinelli, che, prestando il fianco alle erinni del pensiero unico, si autoesclude da un autentico dibattito culturale, fatto di pluralismo e ascolto dell’altro, consegnandosi piuttosto allo spazio della militanza, del pensiero unico e del politicamente corretto. E se potevamo avere dubbi su tale interpretazione della Vostra decisione di annullare l’incontro con Alain De Benoist, il Suo commento apparso pochi giorni addietro sulle pagine de Il Mattino, ne costituisce una conferma: i contestatori/censori di Alain De Benoist vengono infatti blanditi, eletti al rango di interlocutori preferenziali, e addirittura invitati a partecipare ad un dibattito sul tema della Militant Democracy.

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Per fortuna, consentiteci la presunzione, c’è ancora chi, come noi, non si arrende alle liste di proscrizione redatte dai sacerdoti del pensiero unico, o, per usare un’espressione cara al filosofo francese, dell’ideologia del medesimo. E così abbiamo dato vita ad un festival che vuole essere un vero laboratorio culturale, un luogo di incontro ma anche di scontro intellettuale, uno spazio libero di riflessione, un territorio franco, un cenacolo, oggi mancante, in cui dibattere sulle forme della realtà.

E allora, proprio in questa logica, saremmo lieti di avere Lei e una rappresentanza degli estensori dell’appello al nostro Festival, per discutere – magari proprio insieme ad Alain De Benoist – su come, dietro un antifascismo di facciata, si nasconda in realtà una forma di censura nei confronti di coloro che, come il filosofo francese, hanno sviluppato un pensiero fortemente critico verso l’attuale fase storica, in cui il capitalismo è ormai divenuto fatto sociale totalizzante che costituisce il paradigma del vivere in ogni sua declinazione, facendo in tal modo, più o meno inconsapevolmente, il gioco delle elites dominanti.

L’articolo Sul caso Alain de Benoist proviene da L' Intellettuale Dissidente.

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